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L’Aula Capitolare

L’aula della Congregazione dell’Immacolata Concezione, che i fedeli tradizionalmente denominano “aula capitolare”, è il luogo dove i canonici si riunivano “in capitolo” per la preghiera e la lettura comune di brani biblici o di capitoli della loro regola. I canonici, pur vivendo con stile monacale, non rispondevano ad alcun ordine monastico, bensì erano alle dirette dipendenze del Vescovo. Nella volta dell’Aula Capitolare è rappresentata in affresco l’Immacolata e si registra anche la presenza di un’absidiola con uno scudo col simbolo di Pietro sorretto da putti riferibili alla metà del Settecento. Di più difficile datazione l’antica fonte ormai prosciugata, ancora visibile sul muro entrando sulla sinistra, con l’effige di due croci di Malta a otto punte, riferibile, probabilmente, alla capillare presenza dei cavalieri gerosolimitani fondatori anche a Modica di un importante complesso ospedaliero con annessa chiesa dedicata a San Giovanni Battista (oggi auditorium comunale). Da Pasqua 2024 l’Aula Capitolare è diventata pinacoteca del Duomo e luogo di soccorso di tele e dipinti proveniente da chiese attualmente chiuse o in corso di restauri. La grande tela in fondo è stata ritrovata casualmente a gennaio 2023. A seguito di interventi di riordino della sacrestia, in un vano tra il muro e il retro dell’altare di San Pietro e il Paralico fu ritrovata una tela arrotolata scambiata in un primo momento per un tappeto. La meraviglia e lo stupore sono stati grandi quando venne aperta mostrando la raffigurazione chiave del Martirio del Santo Apostolo. A seguito di un finanziamento della Regione Siciliana il dipinto è stato munito di telaio e completamente restaurato. La sua collocazione definitiva presso l’Aula Capitolare e non in chiesa, come probabilmente lo era a partire dal XVII secolo, rappresenta la volontà di raccontare la fragilità del patrimonio culturale e la necessità di costanti attenzioni e cure. Le tele e i dipinti posti ai lati dell’Aula provengono dalla Chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso chiusa negli anni 70 del secolo scorso a causa di problemi strutturali. I dipinti furono lasciati in chiesa nella totale incuria. A seguito di autorizzazioni da parte degli organi competenti, le tele sono state trasportate in chiesa madre e in parte restaurate. Oggi sono tornate visitabili e attendono il rientro in chiesa dopo i lavori di messa in sicurezza della Chiesa del Soccorso.

Descrizione dei dipinti. Clicca sul titolo per leggere.

1. Trionfo di Sant’Ignazio

Sac. Giuseppe Mauro, 1734, olio su tela.

La tela collocata nell’altare centrale della chiesa è firmata e datata in basso a destra. L’autore è Giuseppe Mauro, la data di realizzazione il 1734. La realizzazione del dipinto corrisponde alla fase finale dei lavori post terremoto della chiesa, ricostruita secondo un progetto attribuito a Rosario Gagliardi.

La tela rientra appieno nell’ideologia gesuitica che si proponeva la diffusione del credo cattolico tramite la missione universale. Presenta al centro, in posizione rialzata, il santo fondatore dell’ordine, S. Ignazio, sospeso su una nube che proietta la sua ombra in basso. Ignazio è avvolto da un’aura dorata, mostra con la mano destra l’emblema dell’ordine, un disco raggiato con (l’anagramma) il monogramma di Cristo e con la sinistra un libro con la scritta: Ad maiorem Dei gloriam. A sinistra un angelo tiene un cartiglio che esplicita appieno la vocazione missionaria dell’ordine e ci spiega il significato stesso del dipinto: Coelo affixus sed terris omnibus sparsus (attaccato al cielo ma disseminato in tutte le terre).

Nel registro inferiore, attorno ad un globo terrestre posto su una base, si collocano le personificazioni dei continenti allora conosciuti, Europa e Asia, in primo piano a sinistra e destra, mentre Africa e America sono in secondo piano ed in penombra. Il ruolo primario dell’Europa è sottolineato dalla corona e dallo scettro che la pongono come guida del mondo. Ai suoi piedi la tiara pontificia, centrale e dominante rispetto alle corone asburgica e francese afferma la supremazia della chiesa cattolica sul potere temporale. Ai piedi, due cornucopie, riboccanti di frutti e monili, indicano la ricchezza dei due continenti. Africa ed America ripropongono come gli altri due continenti, gli attributi tipici descritti dall’Iconologia di Ripa. Nell’Africa, la nudità indica la scarsezza di materie prime, la zanna d’elefante l’animale tipico africano. Anche l’America è nuda, con significato analogo all’Africa e veste i costumi tipici con freccia e arco. Il dipinto ripropone in forma ridotta e semplificata, tematiche sviluppate dall’ordine gesuitico a Roma nella chiesa madre dove il tono celebrativo ed eurocentrico prevale.

*Ignazio nacque a Loyola in Spagna nel 1491, nel 1534 fondò la compagnia del Gesù con uno scopo missionario e di totale obbedienza al papa. Morì a Roma nel 1556, fu canonizzato da papa Gregorio XV nel 1622.

2. San Francesco Saverio battezza gli asiatici

Anonimo, XVIII sec., olio su tela.

La tela, collocata nel braccio destro del transetto della chiesa del Soccorso, non è firmata ma è simile nell’impaginazione formale e nella brillantezza dei colori, al trionfo di S. Ignazio, per questo motivo è stata attribuita da Giorgio Flaccavento a Giuseppe Mauro. Entrambe le opere sono riferibili al gusto cromatico del Solimena, pittore napoletano le cui modalità compositive si diffusero nel Settecento, nel meridione d’Italia. San Francesco Saverio, amico di Sant’ Ignazio, diffuse per primo il cristianesimo in Asia, fino a raggiungere la Cina e il Giappone. È rappresentato in alto a destra, insieme ad un confratello che tiene in mano una croce, mentre battezza un uomo e una donna con eleganti vesti. A terra, vicino al fonte battesimale, una corona ci fa immaginare che i battezzandi potrebbero essere dei personaggi di rango. Le figure isolate e trattate con colori vivaci e forme plastiche sono rese tramite panneggi robusti. Le vesti eleganti dei personaggi, trattate con gusto del dettaglio in alcuni particolari come la stola di Francesco Saverio o gli arabeschi della donna in primo piano, ripropongono l’eleganza delle vesti di Europa ed Asia nel trionfo di S. Ignazio.

Nato nel 1506 nella nobile famiglia basca dei Xavier nella Navarra, Francesco nel 1525 si trasferì a Parigi per proseguire i suoi studi, divenendo magister artium. A Parigi si trovò accanto a Ignazio di Loyola, compagno di studi e di alloggio. A lungo resistette alla grande attrattiva che Ignazio e la sua scelta esercitavano su di lui, finché nel 1534, nel giorno dell’Assunta, si trovò anch’egli con i primi gesuiti a Montmartre a consacrarsi a Dio per sempre.

Partito per la Palestina, dovette fermarsi a Venezia, essendo la Terra Santa inaccessibile a causa dei turchi musulmani, e qui, ordinato a 31 anni sacerdote, si dedicò con Ignazio alla stesura delle costituzioni della Compagnia di Gesù. Raggiunse poi con i suoi compagni Roma. Francesco, con la nomina papale di nunzio apostolico, partì per l’Estremo Oriente. Nel 1542 sbarcò prima in Mozambico e poi raggiunse Goa, capitale delle Indie, dove iniziò la sua missione di evangelizzazione. Portò quindi l’Evangelo nello Sri Lanka, a Malacca, dove incontrò i primi giapponesi, e nelle Molucche. Animato da ardente zelo missionario, raggiunse nel 1548 il sud del Giappone. Si spinse fino alla Cina dove morì a Sangchuan, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1552. Fu canonizzato nel 1622 da Papa Gregorio XV.

3. San Luigi Gonzaga

Anonimo, XVIII sec., olio su tela.

La tela, collocata nella navata sinistra della chiesa del Soccorso, non riporta né la data, né la firma. Potrebbe essere stata realizzata nella seconda metà del Settecento, dato il prevalere di toni più scuri rispetto alle tele di Mauro.

Rappresenta Luigi secondo l’iconografia ricorrente che lo vede giovane, di bell’aspetto, pallido e bruno di capelli, con la tipica veste gesuitica e la candida cotta merlettata. Il santo è inginocchiato, di profilo e riceve da un angelo il giglio, suo attributo legato alla scelta di castità che fece a dodici anni. Al centro, la madonna che gli rivolge uno sguardo dolce e protettivo con il suo gonfio mantello che si allarga, fin quasi a coprirgli il capo. Ai toni prevalentemente cupi dello sfondo fa da contrappunto il primo piano in cui si alternano i toni pastellati della veste e del manto di Maria e il candore della tunica del santo che illumina la scena.  La corona a terra, in primo piano, potrebbe alludere alla rinuncia che Luigi fece da primogenito del marchesato Gonzaga a favore del fratello.

4. La crocifissione di San Pietro Apostolo

Anonimo, XVII sec., olio su tela.

Il dipinto è un olio su tela raffigurante la Crocifissione o Martirio di San Pietro, misura metri 3,30 X 5,10 ed è stato recuperato in maniera del tutto casuale nel gennaio del 2023 quando, a seguito di un riordino generale delle sagrestie, dietro l’altare dedicato a San Pietro e il Paralitico, è stata rinvenuta la tela arrotolata, in una sorta di intercapedine. Del dipinto non si aveva memoria alcuna.

La forma centinata e le dimensioni della tela corrispondono a quelle degli altari laterali della chiesa, per cui il dipinto potrebbe essere stato collocato nell’area dove è stato recuperato, nell’attuale sagrestia che nel Seicento era una cappella privata. Le fonti documentarie, tra cui la visita del vescovo Fortezza a Modica nel 1683 e una relazione successiva al terremoto del 1693, datata 1697, citano esplicitamente una cappella dedicata alla crocifissione e al martirio di San Pietro. Pertanto, è probabile che il dipinto esistesse già nel XVII secolo.

Nel dipinto non è attualmente possibile poter leggere né data né firma. L’ iconografia della tela rimanda nella scena principale, ad un’opera di Guido Reni, La crocifissione di San Pietro, del 1604-5, di cui riprende in maniera inequivocabile l’impianto compositivo. L’opera del Reni fu realizzata per la chiesa di San Paolo alle tre fontane, oggi è collocata nella Pinacoteca Vaticana di Roma. Il tema della Crocifissione è un episodio saliente della vita dell’apostolo ed è stato proposto da grandi maestri quali Michelangelo nella cappella Paolina a San Pietro e Caravaggio in Santa Maria del Popolo.

Nella tela di Modica la scena si arricchisce della presenza di un gruppo di soldati a destra e sinistra del protagonista e degli aguzzini. Tra i soldati ne emerge uno, in primo piano, con vesti di gusto spagnoleggiante, con una sorta di scettro di comando che ordina l’esecuzione.

Al centro della tela, uno sfondo paesaggistico, allude alle mura fortificate di Roma antica, in alto un angioletto, dà al santo la palma della vittoria e le chiavi. Più in alto, la madonna e il Cristo sono divisi dalla presenza di uno squarcio dorato, che allude alla gloria cui il santo è destinato.

In primo piano, tagliati a metà, dei personaggi e un uomo che guarda fuori dal dipinto, potrebbero non appartenere ai personaggi del racconto sacro ma al mondo reale. Sono con ogni probabilità i committenti e il pittore. Nell’insieme si tratta di una scena complessa in cui accanto al martirio di Pietro fa da contraltare quella dei soldati che risultano ugualmente rilevanti e significativi. La cinta muraria acquista poi un rilievo grazie allo spazio vuoto che la fa emergere dallo sfondo. Infine, la scena in alto sembra esaltare la dimensione divina. Più quadri in un quadro i cui significati sono ancora da interpretare.

Un indizio importante è la presenza in primo piano, in basso, dello stemma della famiglia Lorefice, presente nel Seicento, quale munifica donatrice della chiesa di San Pietro.

Un recente studio comparativo ha proposto come autore del dipinto il siracusano Giuseppe Reati che operava nella bottega di Mario Minniti. L’ipotesi di attribuzione si deve ad una comparazione stilistica e visiva dell’opera di Reati collocata presso la Chiesa di Santa Lucia alla Badia. Oltre che nei dettagli colpisce l’autoritratto estremamente simile, dell’artista stesso tanto nella tela modicana quanto in quella aretusea.

5. Adorazione dei Magi

Domenico La Bruna, 1739, olio su tela

Tra le tele recuperate negli ultimi giorni del 2022 dalla Chiesa del Soccorso, per disposizione della Soprintendenza ai Beni culturali ed Ambientali di Ragusa, spicca per importanza e per la qualità del manufatto l’Adorazione dei Magi realizzata da Domenico La Bruna nel 1739. Fino a qualche tempo fa si ipotizzavano per quest’opera diversi autori e diverse date di realizzazione.

Dopo aver trasportato i dipinti dalla chiesa del Soccorso alla Chiesa di San Pietro Apostolo, in seguito ad una prima pulitura sono emersi in basso a destra la firma e la data. Data la sua rilevanza si è proceduto con un immediato restauro.

Originario della parte Occidentale della Sicilia, in particolare da Trapani, Domenico La Bruna fu determinato nel seguire la passione per la pittura. Divenne sacerdote nel 1720, le sue opere furono commissionati da diversi ordini religiosi. Rappresenta uno degli artisti più importanti dell’arte siciliana del diciottesimo secolo con contaminazioni nelle sue opere di artisti quali il Maratta, Cuca Giordano, Olivio Sozzi e Vito d’Anna.

Ricevette l’incarico a Modica di realizzare i dipinti della Chiesa dei SS. Nomi di Gesù e Maria appartenente all’ordine dei Gesuiti oggi conosciuta come S. Maria del Soccorso di cui realizzò solo questa tela.

Della tela dell’Adorazione dei Magi si può ammirare la qualità delle espressioni dei volti, la luce che proviene dall’alto e cade sui volti dei protagonisti e la curiosa raffigurazione dei cammelli che probabilmente l’autore non aveva mai visto di presenza. I Re Magi rappresentano i diversi continenti e pertanto quello più anziano rappresenta l’Europa che offre l’oro. Il continente africano è rappresentato da uno dei Re Magi di colore che secondo la tradizione offre la mirra. Si intuisce quindi che il personaggio a sinistra rappresenta l’Asia che, secondo la tradizione porta l’incenso. La tela fu molto apprezzata e diversi ordini religiosi di Modica vollero realizzare opere che si ispirassero alla tela del La Bruna. Non si trovano altre tele di questo autore nelle nostre zone. Invece diverse opere del La Bruna, sempre di carattere religioso, si trovano nelle province di Trapani e Palermo, avendo tra i propri committenti privilegiati i padri gesuiti operanti nella zona occidentale della Sicilia.

6. Deposizione

Anonimo, XIX sec., olio su tela.

La tela collocata nella navata destra della chiesa del Soccorso, non presenta data e firma. Gesù deposto dalla croce è adagiato sul lenzuolo funebre e sorretto da Maria, mentre Maddalena inginocchiata, gli rende omaggio. A sinistra entra in scena Giovanni con un drappo rosso. Lo sfondo è costituito da un grosso albero posto al centro e una balza rocciosa a destra. In primo piano, gli strumenti della passione e il catino per l’unzione ci ricordano il sacrificio di Cristo in Croce. Prevalgono i toni bruni, le posture sono rigide, i volti compassati. Il dipinto potrebbe riferirsi al XIX secolo.

Nel Vangelo secondo Marco l’episodio avvenne di sera, nella Parascève (“Preparazione”, la vigilia del sabato); Giuseppe di Arimatea, di cui si dice che era membro autorevole del sinedrio e che attendeva il regno di Dio, si recò da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Pilato, sorpreso che Gesù fosse già morto, chiese conferma del decesso a un centurione e solo dopo concesse il corpo a Giuseppe. Questi, dopo aver acquistato un lenzuolo, depose il corpo dalla croce e lo avvolse nel lenzuolo, poi lo mise in un sepolcro scavato nella roccia che chiuse rotolandovi davanti una pietra. Maria di Magdala e Maria “di Ioses” stettero a osservare dove era sepolto il corpo.

Nel Vangelo secondo Matteo, la sera dopo la crocifissione di Gesù, il ricco Giuseppe di Arimatea, che era divenuto discepolo di Gesù, ne chiese il corpo a Pilato, che glielo consegnò. Giuseppe mise il corpo in un lenzuolo candido, lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatto scavare nella roccia e che chiuse facendovi rotolare una grande pietra davanti alla porta e se ne andò. Assistettero alla deposizione Maria di Magdala e «l’altra Maria».

Il Vangelo secondo Luca presenta Giuseppe di Arimatea come membro del sinedrio e come persona buona e giusta che “aspettava il regno di Dio”; questo vangelo precisa che Giuseppe non aveva condiviso la decisione dei suoi colleghi. Giuseppe depose il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, «nella quale nessuno era stato ancora deposto»; l’evangelista precisa a questo punto che era il giorno della Parascève e che già splendevano le luci del sabato. A osservare la tomba e la deposizione del corpo in essa vi erano «le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea»; esse tornarono indietro a preparare i profumi e gli unguenti per il corpo, ma osservarono il riposo del sabato.

Invece Nel Vangelo secondo Giovanni si racconta che Giuseppe di Arimatea era discepolo di Gesù, ma che teneva questo fatto nascosto per timore dei Giudei. Giuseppe chiese il corpo di Gesù a Pilato, che glielo concesse. Giuseppe si recò al patibolo con Nicodemo, che recava mirra e aloe; i due deposero il corpo dalla croce e lo avvolsero in bende e oli aromatici. Nel luogo dell’esecuzione c’era un giardino con all’interno una tomba mai usata; lì deposero Gesù, in quanto era Parascève e la tomba era quella vicina.

7. Statua di San Luigi Gonzaga

San Luigi Gonzaga (1568-1591) è stato un religioso italiano della Compagnia di Gesù, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e universalmente riconosciuto come patrono della gioventù. Nato in una delle più potenti famiglie nobili del Rinascimento, era il primogenito del marchese di Castiglione delle Stiviere e fu educato fin da bambino alla vita militare e ai fasti delle corti di Mantova, Firenze e Madrid. Nonostante le forti pressioni del padre, che desiderava per lui una brillante carriera politica e la successione al titolo nobiliare, Luigi manifestò precocemente una profonda vocazione spirituale, rinunciando infine ai suoi diritti dinastici a favore del fratello minore. Entrato nel noviziato gesuita a Roma sotto la guida spirituale di Roberto Bellarmino, si distinse per l’austerità della sua ascesi, la dedizione allo studio e una purezza di costumi che divenne leggendaria. La sua breve esistenza terrena si concluse a soli ventitré anni, contratta la peste a Roma dopo essersi dedicato anima e corpo all’assistenza dei malati durante la grave epidemia che stava flagellando la città. La sua figura, canonizzata nel 1726 da papa Benedetto XIII, rimane ancora oggi un luminoso simbolo di totale abnegazione, purezza d’animo e servizio disinteressato verso gli ultimi.

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